tra fiori urlanti e strategie

21 Ottobre 2009 - 2 Responses

volevo solo dirti che ti amo ma non mi ricordo chi sono ed è complicato amare qualcuno se pronunciando la frase “io ti amo” non sai bene a chi o a che cosa corrisponde la parola “io” e davvero portare avanti questo sentimento è estremamente difficile se la situazione è questa.
volevo solo dirti che non sapere chi si è è un buon punto di partenza per due cose:  il cambiamento e la follia e io al momento attuale sembro propendere più per la seconda direzione anche se non vorrei.
volevo solo dirti che non so distinguere il “non voglio fare troppe paranoie e rompere i coglioni per niente” dal “c’è qualcosa che non va bene e devo dirtelo”. che non è mai esistita persona a questo mondo, prima di te, che non pensasse che sono fastidiosa, a livello inconscio o conscio, comunque: che mi ci facesse sentire.
volevo solo dirti che tu non fai niente per farmi sentire così ma è una cosa talmente tanto radicata in me ["l'hanno fatta vivere nella necessità, nell'impellenza e nella tragedia quotidiana del sentire il bisogno di accontentare tutti" una cosa giusta su di me Quella Persona l'ha detta] che mi ci sento da sola, faccio tutto da sola, senza bisogno di passare attraverso te per ricevere questa sensazione.
volevo solo dirti che sei lontano.
volevo solo dirti che sei troppo lontano.
volevo solo dirti che questa città mi divora e contribuisce alla mia completa perdita di orientamento, il che è esattamente quello che volevo ma non avevo calcolato l’ulteriore perdita di orientamento comportata dalla tua assenza fisica.

volevo solo dirti che io con te non so celare. però ho celato per ventitrè anni, perciò adesso mi trovo di fronte al problema opposto: non so come fare senza i miei muri di difesa e le mie maschere, non so come si fa a dire davvero quello che si pensa. non ne ho la più pallida idea. e la questione non è che voglio imparare. io mi rendo conto che mi mancano le mie artificiosità calcolate. mi mancano da morire. e mi rendo conto anche che da qualche parte, qui dentro, sta nascendo la voglia di imparare davvero a farne a meno, almeno con una persona, per una volta nella mia vita.
e se tu sparissi io sarei daccapo, di nuovo, con tutto.

volevo solo dirti che io lo so che tu non vuoi sparire, ma non lo so. lo so solo finchè tu sei a un centimetro di distanza da me. e che sparire per quattro ore per me equivale all’abbandono completo.

invece ho stretto i denti ho ingoiato le lacrime e ho detto “niente tutto ok” e ho messo giù il telefono.

perchè lo so che non ne ho il diritto, non con te, no davvero. ma non lo so.

Sai ancora se vuoi? Hai volontà?
O stai soltanto crollando con razionalità?
(posso avere il tuo deserto . afterhours)

unintended

8 Luglio 2009 - 7 Responses

credo che con te sarebbe bello persino piangere.

.

[porca puttana.]

punti fermi

3 Luglio 2009 - 2 Responses

Avevo. Un’anima. Traboccante.

Di luce. E di frivolezze. Preadolescenziali.

Avevi. Un’anima. In stato. Di necrosi avanzata.

Con escrescenze. Prurulente. E marcescenti.

E un giorno. Tu hai mischiato. Le due cose.

E. Fu terribile. Per me.

Morii.

E la mia anima. Spezzata. Divenne. Una strana. Combinazione.

Di illusioni.

Frantumate.

E di cocci. Rimessi insieme.

Con lo sputo.

Un insieme.

Di chiazze.

Di melma.

E di meraviglia.

E carne.

E fango.

Però.

Non è morta.

E alcune.

Persone.

L’hanno vista.

.

Ci sono. Persone.

Che mi scivolano. Addosso.

Come gocce. Sul finestrino.

Non mi urtano. E non entrano.

Queste persone. Non mi fanno. Del male.

Queste persone. Non mi causano. Dolore.

.

Ci sono. Persone.

Che entrano nella mia carne. Come una lama arrugginita.

Fanno male. Ma finchè restano dentro. Il sangue. Non sgorga.

E io. Sono viva.

Quando escono. Rischio. La morte.

Queste persone. Mi causano. Dolore.

Da quando. Entrano. In me.

.

E io. Le amerò. Per sempre.

.

[Tu. Non mi causasti. Dolore.

Tu. Mi causasti. Vergogna.

Per questo.

Io.

Non ti amo.]

puoi toccarmi finchè vuoi

19 Maggio 2009 - 4 Responses

ho l’impellente bisogno di trascrivere quello che ho scritto sul taccuino ieri in aeroporto. mentre aspettavo l’aereo che aveva un’ora di ritardo, e piangevo da più o meno cinquanta minuti, quando salita sul pullman in viale belgio ho guardato dario, daniela e viviana salutare senza vedermi, poi mi sono girata e ho visto il sole che scendeva verso il tramonto.

quindi. copio paro paro senza aggiungere o togliere nulla. e mi crogiolo nell’angoscia dell’immobilità.

per ora.

[fareste bene a mettere in loop "vecchi difetti" dei marta sui tubi, o tutto sushi e coca, mentre leggete qua sotto]

Tutto ciò da cui stavi fuggendo torna come valanga più grande che ti trascina al punto di partenza se vestirai vecchi difetti

Vv che piange. Dario che scherza. Daniela che sorride.

Ora arrivo in fondo e non so cosa dire

Palermo guarda il sole tramontare. Palermo ribolle di traffico caldo smog umidità delirio anacronistico entropia. Palermo che in via Maqueda il profumo del mare non te lo lascia percepire. Palermo che risplende e luccica sui vetri dei palazzi e abbaglia come un flash troppo forte. Palermo che è sfregiata eppure irresistibilmente bella. Palermo che si infiltra nelle mie narici, nei timpani, in bocca, tra le dita, fra i capelli. Palermo che tocca sfiorando colpendo accompagnando. Palermo si lascia guardare senza fissarmi troppo a sua volta. Palermo che mi entra dentro, non mi lascia e non si fa lasciare. Palermo non promettere. Palermo mantieni.

e non si spegne mai e non si spegne mai e non si spegne mai e non si spegne

ècomesequidentrostessefermoqualcosadamoltodatroppotempo
equestopostolosmuoveeiosonoiomasonounaltraesonosempreio
emipiacciodipiùevogliodipiùecapiscodipiù
ecrescoridocadotornopartorestovedoguardoascoltorespiro

Goditi i tuoi lividi, i tuoi brividi
e poi specchiati
altalene che restano ferme a metà perchè non pesi niente

Io non voglio partire di qui: io voglio tornare qui. Perchè quando si torna, si torna a casa.

perchè il destino è solo conseguenza delle cose che fai
oppure delle cose che in quel cazzo di momento non hai fatto mai

Quand’è che ho capito davvero che è inutile stare a contarsela e usare il condizionale e i “se”, perchè voglio proprio venire qui?

Le parole sono bolle d’aria che si formano sotto la lingua

Quando, la prima sera, in macchina verso Mondello io, Vivi, Dario, Daniela e Rino cantavamo a squarciagola sweet child o’mine. Finestrini abbassati e aria nei capelli. Dammi aria nei capelli e disordine benefico. Flash. [thanks Chuck]

Forse è l’aria intorno, forse è l’aria.

Tutte le volte che Viviana, sorridendo e facendo una vocina da cartone animato, mi chiedeva “Divertita ciccia?”. Tutte le volte che parlavo con Viviana di qualsiasi cosa. E mi meravigliavo. Di lei di me o di me con lei o qualcosa del genere.

Le cose cambiano, rapide più dei perchè
le cose scelgono, scelgono loro per te
poi si trasformano, rapide più dei perchè

Quando, mentre andavamo al Rocket, mi è venuto in mente della prima volta che ci sono andata, quando * mi fece la sorpresa, e non ho provato nostalgia: non ho pensato niente all’infuori di “povero codardo”.

odio sorprendermi e stare a un passo dal bisogno
di voler fare ancora un passo in più

Quando, dopo aver sbrigato faccende varie all’università, me ne sono andata al foro a leggere in attesa che fosse ora di pranzare con Vivi, e davanti a me c’era solo il blu. Sopra. E sotto. E dentro.

Domande per rispondere a domande senza risposta

Mi è venuto in mente quel pezzo di The Hours, alla fine, quando Laura Brown spiega perchè ha lasciato la famiglia ed è scappata: “lì c’era la morte. io ho scelto la vita”.

aggiungerò quanto basta di quello che resta di me
mescolerò lacrime ghiacciate e spremute di dolore

Ora, io non penso necessariamente che lì, a casa, ci sia la morte: sarebbe eccessivo e peccherei di irriconoscenza verso coloro che più mi amano al mondo.
Ma i gioielli più preziosi, sia materialmente che affettivamente, non si tengono sempre addosso. Li si portano nelle occasioni più importanti, e poi li si ripone con cura in una custodia delicata e prestigiosa.
Questo è ciò che io devo fare con la mia famiglia. Amarla con tutto il cuore. Ma da lontano.
Sciogliere i nodi.
O quantomento allentarli.
Riuscire, finalmente, a vedermi “altra da loro”.
Altra da lei.
Con tutto l’amore del mondo.
Soprattutto con tanto amore per me stessa.
Questa ragazza è morta un po’. Per troppo tempo.
Adesso deve ricominciare a vivere.
Deve amarsi. Deve imparare a volersi bene, una strafottutissima volta per tutte.
Deve imparare cosa significa avere stima di sè. E forse questo lo sta già facendo.
Il sole è tramontato.
Tornerà domani. Sempre uguale e ogni giorno un po’ diverso.

E non so dove, ma arriverò puntuale.

(Aeroporto di Palermo – Punta Raisi. 18 maggio 2009)

solo perchè sto perdendo non significa che sono perduta

21 Aprile 2009 - 3 Responses

E’ stato bello. E’ stato emozionante. E’ stato, soprattutto, perfetto.

Che sia chiaro: a me era passata qualsiasi voglia possibile di laurearmi. Non nel senso dell’atto in sè, ma del trascorrere la giornata della mia laurea. Le famiglie incasinate hanno questo enorme difetto: quando devono riunirsi per qualche evento formale, salta fuori tutta la merda. E’ saltata fuori, immancabilmente. E io ho passato i giorni da mercoledì a domenica con una voglia sempre minore di arrivare al momento topico. Invece poi le cose si sono sistemate, in modo più o meno positivo, nello svolgersi della giornata.

La sera prima avevo i dolori del ciclo, un accenno di raffreddore e mal di testa. E uno scazzo terribile.

La mattina non sapevo bene cosa pensare, appena sveglia. Dopo quattro ore di sonno, oltretutto.

Poi mi sono vestita truccata messa a posto e sono uscita sottobraccio alla mia donna. Ho raggiunto l’aula, dove c’era già la mia streghetta carica di sacchi con dentro varie cose. E tre girasoli.
Poi sono arrivati mamma papà fratello nonno zia ed Ele. La zia mi ha portata via e quando sono tornata l’università era tappezzata di foto mie veramente allucinanti in stato di etilismo totale o cose del genere, con a fianco commenti vari.. la Streghetta aveva iniziato a colpire. Spettacolare. Risate.
Poi siamo entrati. Ci siamo seduti. E dopo poco mi hanno chiamata. Il Giampi se ne stava lì di fronte a me. Mi ha chiamata SIGNORA [ma vedi de non portamme sfiga , a giampà]. Io sono partita con la mia presentazione powerpoint dodiciminuti, intanto sia lucia che la eli filmavano. Ho finito. Il Giampi, da buon relatore, ha fatto la presentazione della mia tesi. Innanzitutto questa tesi è davvero ammirevole per l’eccelsa qualità di scrittura. CAZZO. Puoi anche fermarti qui. Sto bene così. Questa frase non me la dimenticherò mai. Eccelsa qualità di scrittura. Porca puttana. Poi altre osservazioni e complimenti vari. Poi la lettera del correlatore. Anche lui diceva che era scritta strabene e poi ha fatto delle osservazioni davvero intelligenti. Poi si sono ritirati, sono tornati, mi sono alzata in piedi.

E il Giampi l’ha detto. Sì perchè oltre che mio relatore era anche il presidente della Commissione. Signora [eccheccazzo ancora!?!?] FR, la commissione ha accettato la sua domanda di laurea e ha valutato la sua tesi con il massimo dei punti. La dichiaro pertanto dottoressa in comunicazione interculturale e multimediale con una valutazione di 110 su 110.

110.

Gli stringo la mano. E da quel momento non capisco più niente.

E’ finita. E’ finita. Sono talmente stordita che quasi mi dimentico di stringere la mano a tutti gli altri membri della commissione. Applaudono ma io neanche lo sento, me l’hanno detto dopo che c’è stato un applauso prolungato. E’ finita fiorè.

Ho pensato di scrivere un libro, ultimamente.
Vorrei iniziarlo con l’immagine di me sul minuetto che mi riporta a Biella dopo essere stata a Torino, alla stazione, il 2 dicembre. Qualcosa del tipo:
“Pensa almeno che se fosse stato uno di quei regionali degli anni Settanta sarebbe stato molto peggio. I cessi lì sono minuscoli e orribili. Quelli del minuetto almeno hanno una parvenza di pulizia. Che poi c’era quel servizio delle Iene che faceva vedere che spesso sono più puliti i cessi dei sedili, sui treni italiani… Ma a che cazzo sto pensando?”. F solleva la testa, stacca la mano dal muro sovrastante il water, il suo punto d’appoggio per quel minuto e mezzo di conati e lacrime. Si gira verso il lavandino e si sciacqua la bocca. Non ha neanche un chewing-gum per levarsi quel gusto di vomito che conosce così bene.
Poi alza la testa e si guarda allo specchio. E’ di carnagione chiarissima e il suo viso è sempre pallido, ma il tono biancastro che vede riflesso è quello tipico di quando ha appena vomitato. Gli occhi sono ancora lucidi di lacrime e semichiusi. Le piacerebbe scattare una fotografia, per avere sempre quell’immagine a ricordarle, in futuro, cosa non vuole provare mai più. Appoggia entrambe le mani sul lavabo, si fissa con lo sguardo stravolto e si dice:
“Senti, tu mi hai rotto veramente le scatole. Non voglio sentire ragioni. TU AD APRILE TI LAUREI. Hai capito? Non accampare scuse sul periodo orribile che stai passando. Ad aprile tu sarai dottoressa. Intesi? Devi e puoi. E se non lo vuoi, impara a volerlo con ogni fibra del tuo corpo.”

Perchè è così che è andata, quel giorno. E sarebbe bello scriverlo. Farlo sapere a tutto il mondo, che sono riuscita a mantenere fede alla parola che ho dato a me stessa. Mi sono laureata. Non dirò che non mi sono lasciata corrodere da tutta la merda che mi è volata addosso. Perchè sono corrosa, in qualche modo. Mangiucchiata. Lo sono stata. Ma sono stata più forte. In un certo senso.

Per questo io non capivo più niente, in quel momento e fino a che non ci siamo seduti al locale per l’aperitivo. Perchè è finita e io ce l’ho fatta. Ho dimostrato qualcosa a me stessa e lo faccio raramente.

Ulteriori dettagli in seguito. Adesso ho una Eos 450D che aspetta di essere consumata a forza di scatti.

just because I’m losing, doesn’t mean I’m lost.
(Lost . coldplay)

non vedo l’ora che sia il 21.

15 Aprile 2009 - 2 Responses

altrimenti detto:

avere una famiglia di merda.

altrimenti detto:

avere una famiglia non-famiglia.

altrimenti detto:

avere una famiglia i cui membri fanno del “lascia correre e facciamo come se non fosse successo niente” il loro unico stile di vita. e se uno di questi membri, poniamo l’ultimo in ordine di età, poniamo la sottoscritta, decide che si è rotto i coglioni di questo stile di vita che le fa sgretolare l’autostima, la capacità di viversi le emozioni e tanto altro da più o meno otto anni, e decide di iniziare un percorso di chiarificazione e soprattutto di trasparenza, sarà quel membro a prendersela nel culo.
nel giorno della sua laurea, oltretutto.

altrimenti detto:

il lato positivo a sto giro non lo trovo. no.

ribadisco. io voglio svegliarmi il 20, andare nell’aula, non guardare neanche chi c’è dentro, fare la mia presentazione, ascoltare il verdetto, uscire, andare a letto e svegliarmi il giorno dopo. il resto lo faranno gli altri. io volevo solo laurearmi con le persone che contano davvero vicine. non con a fianco persone che mi hanno disintegrata.
va bene cara: se non punti i piedi stavolta, non li punti più. fai sta telefonata.

Metafisica dei tubi

13 Aprile 2009 - 2 Responses

E fu così che feci conoscenza con Amélie Nothomb. E con la sua sagacia.
Ho il vago sospetto che non proseguirò a breve nella lettura di libri suoi. Ho un impellente bisogno di leggere qualcosa di Cortazàr, e poi dopo aver visto Paul Auster da Fazio nella puntata speciale su Saviano voglio davvero leggere la trilogia di New York. E poi mi piacerebbe tanto leggere McMafia.

breve inciso: Pasqua = io e il mare. sì, c’era un bel sole [nonostante le previsioni] e siamo andati al mare. e io stavo seduta sugli scogli con l’infinito davanti e ho pensato che.
perchè il punto è che secondo me vivere in una città col mare ti cambia la vita. questo, naturalmente, implica che tu non abbia mai vissuto in un luogo di mare. innanzitutto, perchè ti restituisce un senso di finitezza che spesso perdi, se non c’è il mare. quando cammini in un luogo di montagna o comunque non bagnato da masse d’acqua più o meno gigantesche, puoi andare avanti per tutto il tempo che vuoi. non c’è mai niente che ti ferma. casomai un passaggio a livello chiuso, o un ponte crollato. allora ti devi fermare. però vedi la prosecuzione del lembo di terra sul quale ti trovi, oltre quell’impedimento: la vedi. come se potessi andare avanti all’infinito. camminare in un luogo di mare equivale a giungere, prima o dopo, alla barriera. non si può andare più in là di così. o meglio, si può fare, ma non così agevolmente come mettere i propri passi uno in fila all’altro. c’è una finitezza, che è la propria, che viene evidenziata. e a volte uno si perde talmente tanto nella commiserazione dei suoi pensieri e delle sue tristezze che gli sembra che non ci sia mai una fine. invece c’è, guardala qui. e questo è un gran merito, del mare.
e poi allo stesso identico tempo avere la possibilità di stare a contemplare il fatto che si è finiti, di fronte al mare, rimanda necessariamente all’infinto. perchè non si vede altro che l’azzurro che si perde fino a confondersi con il cielo, senza rendersi bene conto di che cosa succede davvero, là in fondo, e sapendo che quel “là in fondo” oltretutto è un luogo fittizio destinato a spostarsi insieme al nostro movimento. perchè il mare non finisce, e se finisce è davvero in un momento impercettibile che non si riesce a imprimere [e ce l'ha insegnato Baricco questo]. io sono nata in montagna e ho vissuto per sedici anni in un paese a 800 metri d’altezza. dal balcone di casa si vedeva un panorama non indifferente. ma la linea dell’orizzonte era sempre netta, precisa, si distingueva immediatamente dove finiva la terra e dove iniziava il cielo. al mare questa linea è molto più indefinita. l’indefinitezza rimanda all’infinito, l’infinito stimola il flusso di coscienza. il flusso di coscienza può essere davvero una salvezza a volte. sempre ricordandosi che siamo infiniti ma anche finiti.
io penso di aver molto bisogno del mare. e penso anche che se non avessi vissuto in montagna per tutti questi anni ora non capirei le possibilità e le sottigliezze di un dettaglio geografico come questo. i campanacci delle mucche al pascolo, le voci dei grilli e delle cicale che mi svegliavano al mattino, il dialetto piemontese e le parate degli alpini, i ricordi dei nonni partigiani e il sale sulle strade per prevenire il ghiaccio in inverno mi hanno insegnato e regalato una serie di cose. adesso credo di aver appreso più o meno tutto quello che potevo apprendere, e voglio qualcos altro.

comunque. tornando alla nothomb:

“Vivere vuol dire rifiutare. Chi accetta ogni cosa non è più vivo dell’orifizio di un lavandino. Per vivere bisogna essere capaci di non mettere più sullo stesso piano, al di sopra di sè stessi, la mamma e il soffitto. Bisogna rinunciare a uno dei due e decidere di interessarsi o alla mamma o al soffitto. L’unica scelta sbagliata è quella di non fare una scelta.”

“Ci sono imprevisti fisici e imprevisti mentali. Ma la gente nega decisamente l’esistenza di questi ultimi: non se ne parla mai come motori dell’evoluzione. Eppure non c’è niente di più fondamentale, nel divenire umano, degli imprevisti mentali.”

“Il diletto rende umili e colmi di ammirazione nei confronti di ciò che l’ha reso possibile; il piacere sveglia lo spirito spingendolo alla virtuosità e alla profondità. E’ una magia talmente potente che, in mancanza di voluttà vera e propria, la sola idea è già sufficiente. Dal momento che esiste questa nozione, l’essere può ritenersi salvo. E la trionfante frigidità, invece, è condannata alla celebrazione del suo proprio niente. Nei salotti si incontrano persone che si vantano, a voce alta e convinta, di essersi private per venticinque anni di questa o quella delizia. Si incontrano anche grandissimi idioti che si gloriano di non ascoltare mai musica, di non aprire mai un libro o di non andare mai al cinema. Ci sono anche quelli che sperano di suscitare ammirazione per la loro assoluta castità. Dopotutto è giusto che se ne vantino: non avranno altre soddisfazioni nella vita.”

“Alla lista infinita dei quesiti umani senza risposta bisogna aggiungere questo: cosa passa per la testa dei genitori ben intenzionati quando, non contenti di farsi delle stranissime idee sui figli, prendono delle iniziative al posto loro?”

“Mi capita di pensare che l’unica nostra specificità individuale risieda in questo: dimmi cosa ti disgusta e ti dirò chi sei. Le nostre personalità non servono a niente, le nostre inclinazioni sono una più banale dell’altra. Solo le nostre repulsioni ci dicono chi siamo veramente.”

I left my soul there
down by the sea.
(sea . morcheeba)

ready, set, go

9 Aprile 2009 - 6 Responses

Ebbene.

Il 20 aprile alle 9.30, in Aula Volta, la sottoscritta si laurea. Buona parte delle persone che vorrebbe con sè non ci saranno (Chiara, Frà, Lilli – giustificata perchè in quel momento si starà laureando pure lei! -, Viviana, Elisa, Paolo, Luis, i nonni, Angelo e altri). La sottoscritta rigrazia per l’attenzione e l’affetto tutti quelli che le hanno donato sia una che l’altro, in questi tre anni e mezzo, anche se ad intermittenza, anche se solo per un periodo, anche se in modo un po’ strano. La sottoscritta ci tiene a sottolineare che sa benissimo che da sola non ce l’avrebbe fatta e che le persone che stanno nella pagina dei ringraziamenti sono state e/o sono e/o saranno importanti e fondamentali, ognuna a modo suo. C’è solo una persona, in questi tre anni e mezzo, che la sottoscritta si vergogna di aver frequentato. Sì, quello là, quello quasi denunciabile per stalking. E non l’ha ringraziata, questa persona. In realtà a modo suo ha “contribuito” anche lui a quello che la sottoscritta è diventata e sta diventando. Resta il fatto che il modo migliore per definire il soggetto è e resta “nuddu ammiscatu cu nenti” [io ci ho provato a tradurlo in italiano o a cercare un equivalente in altri dialetti, ma non rende. spiacente].

Comunque sì, mi laureo. Probabilmente a centodieci ce la facciamo ad arrivare. Il mio relatore mi ha fatto un sacco di complimenti riguardo la mia tesi, io e la mia povera autostima ringraziamo.

Il punto è che a me non frega più di tanto della laurea in sè. In modo particolare per il fatto che, appunto, un sacco di gente che vorrei avere vicina non ci sarà. Quello per cui non sto nella pelle è ciò che accadrà il due maggio, quando andrò a Malpensa a prendere un aereo che mi porterà a Roma, da Lilli, fino al sei maggio, quando prenderò un treno che mi porterà a Napoli, da Chiara, fino all’undici maggio, quando prenderò un aereo che mi porterà a Palermo, da Viviana, fino al quindici maggio, quando prenderò un aereo che mi riporterà a Milano.

A Roma potrò bearmi finalmente della presenza fisica di Lilli, che sarà sicuramente un’esperienza memorabile. Vedrò l’Urbe, che non ho ancora visto ed è proprio un sacrilegio. Respirerò un sacco di storia e di meraviglia, e guarderò Lilli e posso già immaginare quello che penserò, ma non lo immagino per non levarmi la sorpresa.

A Napoli ci sarà Chiara e anche Luca, andrò all’Orientale a chiedere delucidazioni su due lauree specialistiche di scienze politiche che mi strastrapiacciono, sentirò un po’ di cose per il servizio civile e poi lascerò che Chiara mi trascini nel suo mondo e nella sua magnifica città, tra camere oscure e musei e locali. Mangerò i biscotti all’amarena e la pizza più buona del mondo. Ma soprattutto starò con quella meraviglia là. La responsabile della mia salvezza di fine 2008.

A Palermo la mia adorata Vivianina mi ospiterà mentre andrò a sentire al centro orientamento cos’hanno da dirmi su alcune lauree specialistiche, e poi chiederò come funziona sto fatto del servizio civile in università. Rivedrò Luca e Dario e Daniela e Tì e la Campi e mangerò le arancine e il pane con le panelle tanto da togliermi la voglia. Ché ancora non si sa se l’anno prossimo ne potrò avere quante ne voglio. Magari potrò avere biscotti all’amarena a volontà perchè sarò a Napoli.

No, non ho ancora deciso. Questo giro è fatto apposta per vedere cosa meglio si incastra con me. O in quale dei due posti mi piaccio di più. E non è nemmeno detta che alla fine andrò in una di queste due città. Sono stata invitata a Catania, per l’estate. E del resto c’è una specialistica in diplomazia molto bella, a Genova. Però Genova è troppo vicina a casa, credo.

Il punto non è avere ancora deciso o meno. Il punto è che sto davvero per andarmene. Il punto è che ho bisogno di qualcosa di nuovo, per me. E non vedo l’ora. Sono terribilmente stanca di questo nord, sono stanca della persona che gli altri, qui, si attendono che io sia.
Ho capito perfettamente cosa non sono. Io non sono una fighetta di provincia. Non sono una persona che fa del pettegolezzo l’argomento di tutte le sue conversazioni. Non sono una che parte dal presupposto che comunque essere di buona famiglia è fondamentale, per un potenziale “ragazzo”. Non sono una che architetta strategie malsane alle spalle degli altri. Non sono una che organizza il sabato sera con quattro giorni di anticipo. E non sono nemmeno una che ama ostentare sè stessa.
Non ho ancora capito bene cosa sono. Ma so che sono una cazzona ribelle che quando succedono cose schifose vuole scendere in piazza e protestare. Sono una che non crede al “tanto non cambierà mai niente”. Sono una persona altruista. Sono una persona che sa prendersi a cuore problemi non suoi. Sono una persona che vuole lottare tutta la vita. Sono timida, ma molto appassionata ed espansiva con persone espansive. Sono tranquilla, sciallosa. Sono nevrotica solo quando gli altri lo sono. E, scoperta dell’ultim’ora, sono una persona che ha delle cose da dire. E’ stata la tesi a farmelo capire davvero. 83 pagine, due citazioni. Nella mia tesi praticamente non c’è bibliografia, è tutta roba scritta di pugno mio. E mi hanno fatto i complimenti, per questo. E ciò significa necessariamente che ho qualcosa da dire, e questo qualcosa non fa poi neanche così schifo. Non è neanche tanto inconsistente come pensavo.

Io. Devo. Esprimermi.

E non è a Pavia, nè Biella, nè alle persone che ci vivono che voglio far conoscere quello che ho dentro.

Io per me voglio il meglio. E il meglio per me non risiede qui.

Pronti, partenza, via.

But the film is a saddening bore
for she’s lived it ten times or more.
(life on mars . david bowie)

scherzi a parte mi fa tanto di cappello

23 Marzo 2009 - 2 Responses

regionale vercelli -> pavia. svegliata alle sei e mezza. dormito quattro ore. strarincoglionita. ipod scarico, doppio scazzo. internazionale con l’articolo su saviano e glenny. mi si siede di fronte uno che neanche guardo in faccia.

“scusa, è internazionale di questa settimana?”
- sì, è quello uscito sabato.
“ah, no perchè vedevo che c’è Saviano in copertina, è interessante?
- molto, ha fatto un dibattito con glenny sul comportamento delle mafie nel periodo di crisi economica.
“allora lo devo comprare!”
- sìsì fai bene, è interessante davvero
“tu l’hai letto Gomorra?”
- sì, ci sto pure facendo la tesi
“ma dai?”

… discorso di una mezz’ora. accento vagamente del sud. pure carino.

divagazioni.

“ma poi pavia è troppo piccola.. e la gente è un po’ troppo fighettina secondo me.. sempre a guardarti addosso quando cammini..”
- eh diciamo che lo sport preferito qui è vedere e giudicare che vestiti hai addosso..
“sì infatti.. che a me verrebbe da rispondergli di andare dove devono andare..”
- … eh infatti
“[frase in dialetto siciliano]“
- … cosa????
“no dicevo.. vedi di andare dove devi andare”
- no ho capito.. ma.. sei siciliano???
“sì … perchè?”
- no niente. siciliano di dove?
“palermo”
- …
“…”
- ah
“è un problema?…”
- nononono figurati assolutamente
“ah.. e come mai quella faccia?”
- niente anzi scusami.. solo che tempo fa ho avuto un po’ di storie con uno di palermo
“ahahaha ma dai”
- eh sì
“eehhhh sarà stato sfigato dai.. o magari era di fuori palermo, non proprio città..”
- nono città..
“ah.. vabbeh succede dai.. ma sicuramente non era della zisa. noi uomini della zisa le donne le trattiamo bene”

- sono su candid camera?

Serendipità

5 Marzo 2009 - 8 Responses

Alla fine il tempo l’ho trovato prima di quanto pensassi.

Ultimamente parlo e analizzo molto. E non sempre è da lunghe chiacchierate filosofico-esistenziali che mi arrivano i flash, ma da quattro parole scambiate con gli interlocutori più improbabili e impensabili. Il che è un bene. Il concetto che mi rimase più impresso quando nel primo anno di università studiai per l’esame di sociologia era proprio quello della serendipità, ovvero l’essere disposti, mentre si cerca qualcosa di ben determinato, a trovare tutt’altro, ad accogliere mondi, visioni e riflessioni che non ci eravamo aspettati di incontrare. Una mente costantemente aperta e pronta alla sfida, pronta a deviare dal percorso prefissato per interfacciarsi con altre tendenze, altri dati, altre linee di pensiero. La serendipità è un concetto che mi è rimasto impresso proprio per tutto quello che cela in sè: la paura per il nuovo, l’apprensione di fronte a un nuovo percorso inaspettato che possiamo scegliere di non intraprendere ma che dobbiamo avere la forza di attraversare, per scoprire nuovi lati di noi, degli altri, del mondo che ci circonda. Cerco sempre di tenere bene a mente questo valore, perchè di valore si tratta. A fianco del non lasciare nulla di intentato deve camminare anche la predisposizione a trovare qualcosa di estraneo alle aspettative, ma comunque carico di significato e di nuove porte da aprire.

Così succede che mentre parli con qualcuno scopri che qualche mese fa hai preso un granchio. Scopri che qualche mese fa, nella confusione irrazionale di un mondo che ti si distrugge davanti senza che tu possa fare niente per salvarlo, avevi pensato che dovevi cambiare. Dovevi cambiare per forza. Cambiamento come allontanamento dalla te stessa di quel momento, che è così impaurita, e persa, e incapace di capire che direzione prendere. Voler cambiare per non essere più in quella condizione mentale (e ahimè fisica). E invece non è quello il punto.
Io non devo cambiare. Non c’è niente della me stessa di quel periodo che abbia avuto una particolare “colpa” in quello che è successo. Non avrei potuto modificare il corso degli eventi se fossi stata un’altra persona, perchè se fossi stata un’altra persona quegli eventi non si sarebbero verificati. Io non devo cambiare. Non devo voler essere altro da me. Io devo essere me stessa al 100%. Devo difendere a spada tratta quello che sono, invece di denigrarlo e urlare a gran voce che non lo voglio più essere. Perchè non c’è niente di sbagliato. Questo non significa che sono perfetta, significa che nessun tratto costitutivo del mio essere va particolarmente premiato o condannato. Io sono così. Io non devo cambiare. Io devo essere me stessa e non nascondermi dietro altre maschere, cosa che peraltro mi riesce davvero bene.
Ho imparato una cosa. Ho imparato che per molto tempo mi sono appiattita e adattata ad una realtà che non si incastrava con me alla perfezione, ma che io volevo intensamente come parte di me. E per averla dovevo modificarmi. Dovevo, spesso, zittirmi. Lasciare da parte la mia essenza per uniformarmi a un gruppo di persone con cui la vera me non avrebbe condiviso granchè. Non è una cosa che rimpiango di aver fatto, assolutamente. Io sono stata bene. A un certo punto però non sono più stata bene. Perchè lì dentro c’era ben poco di me. E’ per quello che quando mi sono allontanata da quella realtà ho passato veramente le pene dell’inferno: l’estate scorsa ero l’ombra di me stessa, mi limitavo ad agire senza capire bene quello che stavo facendo e soprattutto senza riuscire a distinguere cosa fosse bene per me e cosa no. E questo perchè mi ero appena lasciata alle spalle un mondo in cui avevo vissuto per anni, ed era una cosa che avevo fatto istintivamente ma senza effettivamente rendermi conto del motivo. E il motivo era proprio che quello stato di cose non faceva più per me. Il problema è che da molti anni, e per una serie di ragioni, io sono molto impedita nella codifica delle emozioni che provo. Perciò spesso non le capisco, agisco senza averle codificate e catalogate. Senza averle espresse. Non a qualcuno in particolare, ma semplicemente a me stessa. E non essendo cosciente di cosa provi, non sai cosa è meglio per te. Ma pur di non restare immobile compi comunque delle azioni. Senza però saper dare loro un contorno, una ragione. Le fai e basta. E, come è giusto che sia, questi gesti portano delle conseguenze. Che tu però, nel marasma della confusione e dell’incapacità di dare un nome a ciò che provi, non avevi contemplato. Non avevi calcolato. E queste conseguenze ti travolgono nella loro concretezza mentre tu sei persa nell’inconsistenza del non sapere chi sei e cosa vuoi. In quel momento.
E così io ho capito che non devo cambiare. Io devo solo e soltanto essere me. Non sto parlando di volermi bene o amarmi o rispettarmi o che, semplicemente di esprimere quello che sono e smettere di vergognarmene. Smettere di voler essere qualcun altro. Io sono questo, punto e basta. E ci sono un sacco di cose buone in me. Solo che io non le vedo mai. Martedì sono andata dal mio relatore della tesi per spiegargli cos’ho fatto finora. Lui mi ha fatto una quantità di complimenti veramente allucinante, mi ha detto che ho avuto delle intuizioni brillanti e ho fatto delle sintesi davvero belle e meritevoli. Io sono uscita di lì e mi sono messa a piangere. Non per i complimenti. Ma perchè ero andata lì convinta che sarei tornata a casa con una quantità allucinante di correzioni da fare. E invece quest’uomo mi ha dato carta bianca. Alla luce di quello che ho fatto, mi ha detto che non c’era bisogno di darmi ulteriori consigli, ma di fare ciò che mi sentivo. Perchè dovrei voler cambiare quando il mio relatore mi dice che sono stata bravissima? Perchè dovrei voler cambiare quando il prof di lingua italiana mi dice che ho fatto una tesina davvero bella e profondamente analitica, che sono stata meritevole e brillante? Ma soprattutto: perchè sono sempre convinta di aver fatto un disastro? Io vado benissimo così come sono. Nel senso: ho i miei difetti e le cose su cui lavorare per migliorare ci sono sempre. Però io devo davvero smettere di voler essere altro da me. Devo rispettarmi molto di più. Perchè rispetto tutti e l’ultima persona a cui concedo anche solo un briciolo di rispetto sono io, ovvero quella a cui dovrei darne di più? Ieri sera a cena Irene ha detto una frase che mi ha colpita come un pugno nello stomaco. Alla domanda “perchè non hai fatto ..” una determinata cosa lei ha risposto “Perchè io ho troppo rispetto per me stessa per fare una cosa del genere”. Non penso di dover aggiungere dei commenti a questa frase.

A queste cose ci sono arrivata grazie ad un paio di persone. La mia donna sostiene che io attribuisco troppa importanza a una persona che, alla fine, mi ha fatto un male cane e non mi ha trattata come meritavo. Però se questa persona non ci fosse stata io non ci sarei arrivata. O meglio, probabilmente ci sarei arrivata più avanti, ci avrei messo più tempo, non lo so. Fatto sta che nonostante il pochissimo tempo, nonostante il male che ne è seguito, questa persona ha anche dei meriti nei miei confronti. E nei ringraziamenti alla fine della tesi io ce la metterò, nonostante la maggior parte della gente a cui lo dico storca il naso. Non posso farci nulla. Magari un giorno mi renderò conto che avevano ragione loro. Per ora mi sento di fare questo, e questo faccio.

E comunque è bello anche dare per assodato che nonostante tutto, ma proprio tutto quello che è successo in questi quasi quattro anni, non c’è niente di particolarmente significativo che non rifarei.

Amen.

tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole..
(un matto . fabrizio de andrè)

ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai, la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate
ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino
ma tu che stai, perchè rimani?
un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

(inverno . fabrizio de andré)