Alla fine il tempo l’ho trovato prima di quanto pensassi.
Ultimamente parlo e analizzo molto. E non sempre è da lunghe chiacchierate filosofico-esistenziali che mi arrivano i flash, ma da quattro parole scambiate con gli interlocutori più improbabili e impensabili. Il che è un bene. Il concetto che mi rimase più impresso quando nel primo anno di università studiai per l’esame di sociologia era proprio quello della serendipità, ovvero l’essere disposti, mentre si cerca qualcosa di ben determinato, a trovare tutt’altro, ad accogliere mondi, visioni e riflessioni che non ci eravamo aspettati di incontrare. Una mente costantemente aperta e pronta alla sfida, pronta a deviare dal percorso prefissato per interfacciarsi con altre tendenze, altri dati, altre linee di pensiero. La serendipità è un concetto che mi è rimasto impresso proprio per tutto quello che cela in sè: la paura per il nuovo, l’apprensione di fronte a un nuovo percorso inaspettato che possiamo scegliere di non intraprendere ma che dobbiamo avere la forza di attraversare, per scoprire nuovi lati di noi, degli altri, del mondo che ci circonda. Cerco sempre di tenere bene a mente questo valore, perchè di valore si tratta. A fianco del non lasciare nulla di intentato deve camminare anche la predisposizione a trovare qualcosa di estraneo alle aspettative, ma comunque carico di significato e di nuove porte da aprire.
Così succede che mentre parli con qualcuno scopri che qualche mese fa hai preso un granchio. Scopri che qualche mese fa, nella confusione irrazionale di un mondo che ti si distrugge davanti senza che tu possa fare niente per salvarlo, avevi pensato che dovevi cambiare. Dovevi cambiare per forza. Cambiamento come allontanamento dalla te stessa di quel momento, che è così impaurita, e persa, e incapace di capire che direzione prendere. Voler cambiare per non essere più in quella condizione mentale (e ahimè fisica). E invece non è quello il punto.
Io non devo cambiare. Non c’è niente della me stessa di quel periodo che abbia avuto una particolare “colpa” in quello che è successo. Non avrei potuto modificare il corso degli eventi se fossi stata un’altra persona, perchè se fossi stata un’altra persona quegli eventi non si sarebbero verificati. Io non devo cambiare. Non devo voler essere altro da me. Io devo essere me stessa al 100%. Devo difendere a spada tratta quello che sono, invece di denigrarlo e urlare a gran voce che non lo voglio più essere. Perchè non c’è niente di sbagliato. Questo non significa che sono perfetta, significa che nessun tratto costitutivo del mio essere va particolarmente premiato o condannato. Io sono così. Io non devo cambiare. Io devo essere me stessa e non nascondermi dietro altre maschere, cosa che peraltro mi riesce davvero bene.
Ho imparato una cosa. Ho imparato che per molto tempo mi sono appiattita e adattata ad una realtà che non si incastrava con me alla perfezione, ma che io volevo intensamente come parte di me. E per averla dovevo modificarmi. Dovevo, spesso, zittirmi. Lasciare da parte la mia essenza per uniformarmi a un gruppo di persone con cui la vera me non avrebbe condiviso granchè. Non è una cosa che rimpiango di aver fatto, assolutamente. Io sono stata bene. A un certo punto però non sono più stata bene. Perchè lì dentro c’era ben poco di me. E’ per quello che quando mi sono allontanata da quella realtà ho passato veramente le pene dell’inferno: l’estate scorsa ero l’ombra di me stessa, mi limitavo ad agire senza capire bene quello che stavo facendo e soprattutto senza riuscire a distinguere cosa fosse bene per me e cosa no. E questo perchè mi ero appena lasciata alle spalle un mondo in cui avevo vissuto per anni, ed era una cosa che avevo fatto istintivamente ma senza effettivamente rendermi conto del motivo. E il motivo era proprio che quello stato di cose non faceva più per me. Il problema è che da molti anni, e per una serie di ragioni, io sono molto impedita nella codifica delle emozioni che provo. Perciò spesso non le capisco, agisco senza averle codificate e catalogate. Senza averle espresse. Non a qualcuno in particolare, ma semplicemente a me stessa. E non essendo cosciente di cosa provi, non sai cosa è meglio per te. Ma pur di non restare immobile compi comunque delle azioni. Senza però saper dare loro un contorno, una ragione. Le fai e basta. E, come è giusto che sia, questi gesti portano delle conseguenze. Che tu però, nel marasma della confusione e dell’incapacità di dare un nome a ciò che provi, non avevi contemplato. Non avevi calcolato. E queste conseguenze ti travolgono nella loro concretezza mentre tu sei persa nell’inconsistenza del non sapere chi sei e cosa vuoi. In quel momento.
E così io ho capito che non devo cambiare. Io devo solo e soltanto essere me. Non sto parlando di volermi bene o amarmi o rispettarmi o che, semplicemente di esprimere quello che sono e smettere di vergognarmene. Smettere di voler essere qualcun altro. Io sono questo, punto e basta. E ci sono un sacco di cose buone in me. Solo che io non le vedo mai. Martedì sono andata dal mio relatore della tesi per spiegargli cos’ho fatto finora. Lui mi ha fatto una quantità di complimenti veramente allucinante, mi ha detto che ho avuto delle intuizioni brillanti e ho fatto delle sintesi davvero belle e meritevoli. Io sono uscita di lì e mi sono messa a piangere. Non per i complimenti. Ma perchè ero andata lì convinta che sarei tornata a casa con una quantità allucinante di correzioni da fare. E invece quest’uomo mi ha dato carta bianca. Alla luce di quello che ho fatto, mi ha detto che non c’era bisogno di darmi ulteriori consigli, ma di fare ciò che mi sentivo. Perchè dovrei voler cambiare quando il mio relatore mi dice che sono stata bravissima? Perchè dovrei voler cambiare quando il prof di lingua italiana mi dice che ho fatto una tesina davvero bella e profondamente analitica, che sono stata meritevole e brillante? Ma soprattutto: perchè sono sempre convinta di aver fatto un disastro? Io vado benissimo così come sono. Nel senso: ho i miei difetti e le cose su cui lavorare per migliorare ci sono sempre. Però io devo davvero smettere di voler essere altro da me. Devo rispettarmi molto di più. Perchè rispetto tutti e l’ultima persona a cui concedo anche solo un briciolo di rispetto sono io, ovvero quella a cui dovrei darne di più? Ieri sera a cena Irene ha detto una frase che mi ha colpita come un pugno nello stomaco. Alla domanda “perchè non hai fatto ..” una determinata cosa lei ha risposto “Perchè io ho troppo rispetto per me stessa per fare una cosa del genere”. Non penso di dover aggiungere dei commenti a questa frase.
A queste cose ci sono arrivata grazie ad un paio di persone. La mia donna sostiene che io attribuisco troppa importanza a una persona che, alla fine, mi ha fatto un male cane e non mi ha trattata come meritavo. Però se questa persona non ci fosse stata io non ci sarei arrivata. O meglio, probabilmente ci sarei arrivata più avanti, ci avrei messo più tempo, non lo so. Fatto sta che nonostante il pochissimo tempo, nonostante il male che ne è seguito, questa persona ha anche dei meriti nei miei confronti. E nei ringraziamenti alla fine della tesi io ce la metterò, nonostante la maggior parte della gente a cui lo dico storca il naso. Non posso farci nulla. Magari un giorno mi renderò conto che avevano ragione loro. Per ora mi sento di fare questo, e questo faccio.
E comunque è bello anche dare per assodato che nonostante tutto, ma proprio tutto quello che è successo in questi quasi quattro anni, non c’è niente di particolarmente significativo che non rifarei.
Amen.
tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole..
(un matto . fabrizio de andrè)
ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai, la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate
ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino
ma tu che stai, perchè rimani?
un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.
(inverno . fabrizio de andré)
che bellezza leggere tutto questo.
miau.
Sì, ma sbagli ancora. Dici che devi cominciare a esprimere te stessa, perchè non ci sono parti di te da premiare né da condannare. Semplicemente, sei fatta così e così devi essere. Accettarti, insomma. E fin qui va bene. Però poi dici che non stai parlando di amore o rispetto per te stessa. E allora dici una cazzata, Fiò. Come pretendi di poterti accettare al punto da non vergognarti più di te stessa [ma perché, poi? porco cazzo] se non parti dal rispetto di te stessa? D’amore non parlo nemmeno io, e sai bene che non potrei. Ma il rispetto, sì, diosanto. Il rispetto tu TE lo devi: lo devi a te stessa.
E’ la frase di Irene la chiave di tutto: è esattamente così che si ragiona.
Devi impararlo, una buona volta.E passerà l’inverno. Non l’inverno, quello che ci piace. L’inverno che ci fa tremare: quello passerà.
Stai zitta. E respira.
[quando ti laurei? io tra il nove e il trenta aprile]
Continuerai a farti scegliere o finamente sceglierai?
aidi -> mrà.
lilli -> questo post era una sorta di stream of consciousness [tanto per tirarmela] e alla fine della fiera non mi sono accorta che avevo lasciato quel pezzo lì del non deve essere necessariamente rispetto. in realtà amore no, per ora non ce la si può fare, ma rispetto sì. l’ho scritto anche più avanti. ma comunque brava, che mi fai le osservazioni da attenta lettrice.
il mio range di date di laurea è decisamente più scarno del tuo: o il 20 o il 21 aprile. la data ufficiale arriverà più o meno una settimana prima.
poi ti vengo a trovare eh? arf arf.
e controbattere a de andré con de andré ti fa onore (anche se non ce ne sarebbe bisogno, di per sè).
Sì, ma io ci tengo a precisare. Che, con te, non si può mai sapere.
Certo che vieni da me. Non c’è manco da dirlo. Direi che a maggio, a questo punto, si potrebbe cominciare a pensarci seriamente.
Ma la tesi, poi? Su che la stai preparando?
Continua a respirare.
sisi. maggio. il prima possibile. così respirerò con più facilità, ché non è mica così agevole la respirazione, in certe condizioni.
la tesi la sto preparando su Gomorra [lo so, stai facendo un sorrisetto che vuol dire "la solita fricchettona"]. nel senso: analisi della traduzione di un’opera cartacea in più formati multimediali. tipo film, tipo spettacolo teatrale, tipo audiolibro. sul quale, fra parentesi, non c’è un cazzo da dire – ma sono brava anche a trovare cose inconsistenti a cui aggrapparmi e farle sembrare fondamentali [mi sa che è la storia della mia vita, anzi].
suona comunista, ma che ti devo dire, io mi sono proprio appassionata all’argomento camorra e cazzi e mazzi e avevo voglia di dirlo anche in sede di laurea.
magari non è una tesi da 5 punti [che ahimè mi sono necessari per arrivare a 110], ma io me ne frego alquanto.
e tu? sono già sicura che è un argomento strano e geniale.
Meglio che non ti descriva la smorfia che ho fatto nel leggere “Gomorra”. Guarda, meglio di no.
Il mio argomento non è né strano né tantomeno geniale. Analizzo la voce moderata della gente che ha sempre votato Dc, che è stata fascista senza capire cosa significasse, che ha sempre avuto paura della minaccia rossa e dei mangiatori di bambini. La voce moderata, insomma. Negli anni dell’apertura a sinistra, usando come punto di riferimento “il settimanale della famiglia italiana”: Oggi. Boh, si vedrà.
Io a 110 non arriverò mai. Matematico.
Grande Capo Estikazzi, se conosci Sei Uno Zero.
Ciao, gioia.
Senti ma un contatto skype? Così ci si videochiava, ogni tanto? No, eh?
addirittura una smorfia! zio fà lilli.. che roba che sei. comunque: naturalmente l’argomento è geniale.
skype è una grande idea, non so perchè non mi viene mai in mente – anzi sì, lo so, ma è una lunga storia.
Doll_parts86. aggiungimi tutta.