how bout stopping being masochistic?

16 maggio 2010 - Una Risposta

tutto quello che vorrei in questo momento è uscire fuori, camminare per via maqueda con le lacrime che scendono e urlare a squarciagola thank you di alanis morrisette.

no, non ho nessuno da ringraziare, ma tralasciando il ritornello devo dire che le strofe di questa canzone hanno molto in comune con me ora.

un anno fa vedevo i marta sui tubi ai candelai e pensavo “voglio vivere a palermo”.

oggi

?

How bout getting off of these antibiotics (no comment sulla mia salute e sulla mia preoccupazione per la mia salute)
How bout stopping eating when I’m full up (io dovrei fare il contrario)
How bout them transparent dangling carrots (questa non l’ho proprio capita)
How bout that ever elusive kudo (whats ?)

How bout me not blaming you for everything (io dovrei smetterla di pensare alle colpe e ai meriti)
How bout me enjoying the moment for once (AAAAAHHHHHH quant’è vero)
How bout how good it feels to finally forgive you (lei sicuramente parlava di una storia d’amore, le persone che io dovrei perdonare non sono miei ex o cose del genere quindi non perdonerò un cazzo di nessuno)
How bout grieving it all one at a time (mbà)

adieu

fino a qui tutto bene

8 marzo 2010 - 3 Risposte

Vorrei dire che sono molto arrabbiata, ma di una rabbia rassegnata che credevo non facesse parte di me. Sono arrabbiata con il popolo italiano, sono arrabbiata anche con me stessa in quanto cittadina e sono arrabbiata con ogni singola persona che critica il governo, o la sinistra, o gli avvocati di Berlusconi, o il sindaco di Palermo. Sono arrabbiata con i giornalisti e sono arrabbiata con chi critica i giornalisti ma va sui siti dei quotidiani dando loro quella quota di accessi al sito che tanto piace agli inserzionisti pubblicitari, così che i giornali guadagnano una barca di soldi anche con la pubblicità quando ricevono una quantità di finanziamenti dallo Stato [da noi] che fa semplicemente  paura. Sono arrabbiata con tutti quelli che sono iscritti, su facebook, ai gruppi contro Berlusconi e il suo governo, quelli che sono fan di “informare per resistere” o “passaparola” e condividono gli articoli e cliccano “mi piace” spesso senza nemmeno leggere, ma solo perchè è figo. Sono arrabbiata con quelli che firmano le petizioni di La Repubblica pensando di avere così esaurito la loro funzione di Bravo Cittadino Attivista. Sono arrabbiata con Napolitano e sono arrabbiata con chi lo condanna, sono arrabbiata con tutti.
Volevo dire che sabato mattina mi sono svegliata e sono andata sul sito di Repubblica [sì, vedi sopra per l’arrabbiatura verso chi va sui siti dei quotidiani], e ho scoperto che Napolitano aveva firmato il decreto. Sabato mattina faceva piuttosto freddo a Palermo, e io avevo dormito poco perchè il mio ragazzo era stato da me fino a notte, ed era arrivato di mercoledì quindi erano un paio di giorni che stavo su una nuvoletta e non sapevo niente di quello che succedeva nel mondo. Era una mattina tranquilla come tutte le altre e io stavo sonnacchiosamente facendo ciò che faccio praticamente ogni giorno quando mi sveglio, ovvero musica e news. E quando ho letto ho pensato che non era così che avrei dovuto scoprire che la democrazia è morta. Avrei dovuto scoprirlo svegliandomi di soprassalto nella notte, sentendo un delirio di voci e grida qui sotto in strada, affacciandomi e vedendo una processione di gente incazzata nera che si riversava in strada per raggiungere i centri del potere e fermarsi lì fuori, dicendo “non ci muoviamo di qui finchè non ritirate quel decreto”, o qualcosa del genere. Allora sarei andata immediatamente sul sito di Repubblica per capire cosa fosse successo, mi sarei vestita, avrei trovato la mia coinquilina in cucina che faceva il caffè, avrei chiamato il mio ragazzo e gli avrei detto “mi trovi al municipio, vieni”. Ma se io vivessi in un paese in cui una cosa del genere è possibile, non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di tutto questo: perchè quel decreto non solo non sarebbe mai stato firmato, ma non sarebbe nemmeno stato concepito.

Perchè li avremmo fermati prima.

Ora non li fermeremo più. Ci terremo questa merda finchè vivremo in Italia, o finchè non ci sarà una guerra e capiremo che la stiamo perdendo, perciò decideremo di metterci con i più forti sostenendo che siamo soggiogati da un dittatore – come facemmo sessant’anni fa.

Vorrei dire che sono tanto arrabbiata perchè siamo una terra di geni e di menti superiori, l’ho sempre creduto e lo penserò sempre, siamo un popolo di artisti, di persone che sanno cavarsela, di luminari, scienziati e persone che sanno costruire rapporti umani solidi ed appaganti. Siamo un popolo caldo e appassionato. Forse dovremmo iniziare ad essere così appassionati anche del bene comune.

Vivere a Palermo mi ha fatto capire quante contraddizioni esistano in questo paese. E la cosa che più mi manda in bestia è la noncuranza, il disinteresse più totale per il suddetto Bene Comune. Alla gente non importa niente di mantenere la città pulita ed ordinata, e critica lo Stato che non è in grado di farlo. Forse questa gente non sa che lo Stato siamo tutti noi. Allo stesso tempo, ed è qui la contraddizione, i palermitani AMANO questa città con un patriottismo che al Nord disconosciamo, un amore verso la propria terra che al Nord non esiste; eppure si direbbe il contrario visto lo stato in cui versano le città siciliane rispetto a quelle settentrionali. E non sto parlando di efficienza dei trasporti pubblici o degli uffici della pubblica amministrazione, niente di così complicato e intricato: sto parlando di un parco con un cestino ogni cinque metri, e le carte di McDonalds sparse nel prato. E’ questo che non mi torna, è questo che mi manda in palla totale: non capisco come sia possibile.

Volevo dire che “noi giovani” non siamo tutte delle teste di cazzo. Che al telegiornale di noi si parla solo quando ci sfracelliamo contro un palo perchè siamo strafatti di cocaina e anfetamine alle sei di domenica mattina, dopo una notte in discoteca, o quando facciamo soprusi su coetanei più deboli, o quando noi ragazze ci denudiamo e scopiamo con 4 o 5 parlamentari [perchè no, in contemporanea] per fare le veline e poi magari tentare la carriera politica, e magari poi pretendiamo che si festeggi la festa della donna [ma fatemi il santissimo piacere, cosa si festeggia se posso chiederlo?].
Volevo dire che siamo in tanti e voi schifose teste di cazzo non dovete generalizzare. Che tanti di noi si fanno il culo quadro, studiano come dei disperati e sanno sostenere conversazioni sull’ecosostenibilità o sui piani di marketing di un’azienda, sulla politica di Obama e sull’allocazione delle risorse, vanno al cinema a vedere film interessanti e non stronzate alla Natale Ai Caraibi o Scusa ma ti chiamo amore, leggono poesie e vanno a teatro, inventano, creano e imparano. Abbiamo voglia di imparare. Abbiamo voglia di fare. Abbiamo voglia di rovesciare tutto e una buona metà dei nostri discorsi hanno proprio questo come oggetto. Non siamo degli insensibili viziati, abbiamo ancora riserve ad assumere certi comportamenti perchè non vogliamo dare dispiaceri ai nostri genitori, cui siamo riconoscenti anche se abbiamo imparato a guardarli con occhio critico. Siamo comunicatori, architetti, creativi, aspiranti avvocati e magistrati, medici, siamo appassionati di filosofia, politica e letteratura, siamo fotografi e grafici e artisti, ma lavoriamo nei call center e nei bar – quando ci riusciamo – perchè qualche stronzo ignorante con i genitori ricchi sfondati ci ha scavalcati, e siamo gli unici a capire davvero cosa significa Meritocrazia. Sappiamo farci bastare i soldi che abbiamo ma abbiamo sempre voglia di viaggiare, di muoverci, di imparare. Ci impegnamo anche più di quanto ci viene richiesto per farci notare, anche se poi voi notate sempre quelli che hanno più soldi o quelle che hanno la maglietta più corta. Fondamentalmente, ci fate schifo. E vogliamo andarcene da questo paese. Anche se lo amiamo, e vorremmo restare.
Purtroppo il nostro volercene andare ci impedisce di fare davvero protesta seria. Preferiamo andare avanti per la nostra strada, concludere gli studi o raccogliere i soldi a sufficienza per levare le tende. E lasciare i nostri connazionali nella merda. Una merda che – comunque – hanno votato e continuano a votare. Ed è per questo che l’Italia non migliorerà mai: perchè voi stronzi ci avete fatto passare la voglia di lottare. Ne avevamo tanta. Si è addormentata. O se n’è andata, lasciando il posto alla voglia di andarsene via.

Restate qui, restate qui con quella parte di noi che si sfascia di anfetamine in discoteca, che guarda il vostro grande fratello e i vostri telegiornali. Preferite loro, noi lo sappiamo. Mandateci via e morite da soli. Noi vi guarderemo da lontano, e saremo anche in grado di sentirci in colpa per essercene andati, nonostante la colpa sia vostra. E forse dei nostri genitori, e di chi vi ha permesso di essere lì dove siete. Non ci mancherete, noi non vi mancheremo. Mancheremo a pochissimi di voi.

Ci mancherà l’Italia, e quando la guarderemo da lontano ci chiederemo se avremmo potuto fare qualcosa. Forse la risposta sarà sì. Cercheremo di non ascoltare. E’ quello che volete insegnarci a fare, e forse ci state riuscendo perfino con noi. Non ci avete lobotomizzati, questo è vero. Non siete riusciti a massificarci. Ma avete comunque vinto: siete riusciti a farci rassegnare.

Personalmente dichiaro finita la mia -povera, più mentale che fattuale- lotta. Bandiera bianca. Spero soltanto di andarmene presto, e se rimarrò spero semplicemente di avere a che fare il meno possibile con voi. Amen.

“è la storia di una società che precipita, e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene. fino a qui tutto bene. fino a qui tutto bene. il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”
L’ODIO – Mathieu Kassovitz

conclusione #2

19 febbraio 2010 - Leave a Response

questa con te non è come le altre volte

.

c’è qualcosa di diverso

,

quel qualcosa sono io

.

you and me,
if the world should break in two
until the very end of me
until the very end of you

(we’re in this together . nine inch nails)

conclusione

6 febbraio 2010 - 3 Risposte

*

la paura è una componente imprescindibile dell’amore.

almeno per me.

*

*

I’d walk to you if I had no other way.
(hey there delilah . plain white t’s)

tra fiori urlanti e strategie

21 ottobre 2009 - 2 Risposte

volevo solo dirti che ti amo ma non mi ricordo chi sono ed è complicato amare qualcuno se pronunciando la frase “io ti amo” non sai bene a chi o a che cosa corrisponde la parola “io” e davvero portare avanti questo sentimento è estremamente difficile se la situazione è questa.
volevo solo dirti che non sapere chi si è è un buon punto di partenza per due cose:  il cambiamento e la follia e io al momento attuale sembro propendere più per la seconda direzione anche se non vorrei.
volevo solo dirti che non so distinguere il “non voglio fare troppe paranoie e rompere i coglioni per niente” dal “c’è qualcosa che non va bene e devo dirtelo”. che non è mai esistita persona a questo mondo, prima di te, che non pensasse che sono fastidiosa, a livello inconscio o conscio, comunque: che mi ci facesse sentire.
volevo solo dirti che tu non fai niente per farmi sentire così ma è una cosa talmente tanto radicata in me [“l’hanno fatta vivere nella necessità, nell’impellenza e nella tragedia quotidiana del sentire il bisogno di accontentare tutti” una cosa giusta su di me Quella Persona l’ha detta] che mi ci sento da sola, faccio tutto da sola, senza bisogno di passare attraverso te per ricevere questa sensazione.
volevo solo dirti che sei lontano.
volevo solo dirti che sei troppo lontano.
volevo solo dirti che questa città mi divora e contribuisce alla mia completa perdita di orientamento, il che è esattamente quello che volevo ma non avevo calcolato l’ulteriore perdita di orientamento comportata dalla tua assenza fisica.

volevo solo dirti che io con te non so celare. però ho celato per ventitrè anni, perciò adesso mi trovo di fronte al problema opposto: non so come fare senza i miei muri di difesa e le mie maschere, non so come si fa a dire davvero quello che si pensa. non ne ho la più pallida idea. e la questione non è che voglio imparare. io mi rendo conto che mi mancano le mie artificiosità calcolate. mi mancano da morire. e mi rendo conto anche che da qualche parte, qui dentro, sta nascendo la voglia di imparare davvero a farne a meno, almeno con una persona, per una volta nella mia vita.
e se tu sparissi io sarei daccapo, di nuovo, con tutto.

volevo solo dirti che io lo so che tu non vuoi sparire, ma non lo so. lo so solo finchè tu sei a un centimetro di distanza da me. e che sparire per quattro ore per me equivale all’abbandono completo.

invece ho stretto i denti ho ingoiato le lacrime e ho detto “niente tutto ok” e ho messo giù il telefono.

perchè lo so che non ne ho il diritto, non con te, no davvero. ma non lo so.

Sai ancora se vuoi? Hai volontà?
O stai soltanto crollando con razionalità?
(posso avere il tuo deserto . afterhours)

unintended

8 luglio 2009 - 7 Risposte

credo che con te sarebbe bello persino piangere.

.

[porca puttana.]

punti fermi

3 luglio 2009 - 2 Risposte

Avevo. Un’anima. Traboccante.

Di luce. E di frivolezze. Preadolescenziali.

Avevi. Un’anima. In stato. Di necrosi avanzata.

Con escrescenze. Prurulente. E marcescenti.

E un giorno. Tu hai mischiato. Le due cose.

E. Fu terribile. Per me.

Morii.

E la mia anima. Spezzata. Divenne. Una strana. Combinazione.

Di illusioni.

Frantumate.

E di cocci. Rimessi insieme.

Con lo sputo.

Un insieme.

Di chiazze.

Di melma.

E di meraviglia.

E carne.

E fango.

Però.

Non è morta.

E alcune.

Persone.

L’hanno vista.

.

Ci sono. Persone.

Che mi scivolano. Addosso.

Come gocce. Sul finestrino.

Non mi urtano. E non entrano.

Queste persone. Non mi fanno. Del male.

Queste persone. Non mi causano. Dolore.

.

Ci sono. Persone.

Che entrano nella mia carne. Come una lama arrugginita.

Fanno male. Ma finchè restano dentro. Il sangue. Non sgorga.

E io. Sono viva.

Quando escono. Rischio. La morte.

Queste persone. Mi causano. Dolore.

Da quando. Entrano. In me.

.

E io. Le amerò. Per sempre.

.

[Tu. Non mi causasti. Dolore.

Tu. Mi causasti. Vergogna.

Per questo.

Io.

Non ti amo.]

puoi toccarmi finchè vuoi

19 maggio 2009 - 4 Risposte

ho l’impellente bisogno di trascrivere quello che ho scritto sul taccuino ieri in aeroporto. mentre aspettavo l’aereo che aveva un’ora di ritardo, e piangevo da più o meno cinquanta minuti, quando salita sul pullman in viale belgio ho guardato dario, daniela e viviana salutare senza vedermi, poi mi sono girata e ho visto il sole che scendeva verso il tramonto.

quindi. copio paro paro senza aggiungere o togliere nulla. e mi crogiolo nell’angoscia dell’immobilità.

per ora.

[fareste bene a mettere in loop “vecchi difetti” dei marta sui tubi, o tutto sushi e coca, mentre leggete qua sotto]

Tutto ciò da cui stavi fuggendo torna come valanga più grande che ti trascina al punto di partenza se vestirai vecchi difetti

Vv che piange. Dario che scherza. Daniela che sorride.

Ora arrivo in fondo e non so cosa dire

Palermo guarda il sole tramontare. Palermo ribolle di traffico caldo smog umidità delirio anacronistico entropia. Palermo che in via Maqueda il profumo del mare non te lo lascia percepire. Palermo che risplende e luccica sui vetri dei palazzi e abbaglia come un flash troppo forte. Palermo che è sfregiata eppure irresistibilmente bella. Palermo che si infiltra nelle mie narici, nei timpani, in bocca, tra le dita, fra i capelli. Palermo che tocca sfiorando colpendo accompagnando. Palermo si lascia guardare senza fissarmi troppo a sua volta. Palermo che mi entra dentro, non mi lascia e non si fa lasciare. Palermo non promettere. Palermo mantieni.

e non si spegne mai e non si spegne mai e non si spegne mai e non si spegne

ècomesequidentrostessefermoqualcosadamoltodatroppotempo
equestopostolosmuoveeiosonoiomasonounaltraesonosempreio
emipiacciodipiùevogliodipiùecapiscodipiù
ecrescoridocadotornopartorestovedoguardoascoltorespiro

Goditi i tuoi lividi, i tuoi brividi
e poi specchiati
altalene che restano ferme a metà perchè non pesi niente

Io non voglio partire di qui: io voglio tornare qui. Perchè quando si torna, si torna a casa.

perchè il destino è solo conseguenza delle cose che fai
oppure delle cose che in quel cazzo di momento non hai fatto mai

Quand’è che ho capito davvero che è inutile stare a contarsela e usare il condizionale e i “se”, perchè voglio proprio venire qui?

Le parole sono bolle d’aria che si formano sotto la lingua

Quando, la prima sera, in macchina verso Mondello io, Vivi, Dario, Daniela e Rino cantavamo a squarciagola sweet child o’mine. Finestrini abbassati e aria nei capelli. Dammi aria nei capelli e disordine benefico. Flash. [thanks Chuck]

Forse è l’aria intorno, forse è l’aria.

Tutte le volte che Viviana, sorridendo e facendo una vocina da cartone animato, mi chiedeva “Divertita ciccia?”. Tutte le volte che parlavo con Viviana di qualsiasi cosa. E mi meravigliavo. Di lei di me o di me con lei o qualcosa del genere.

Le cose cambiano, rapide più dei perchè
le cose scelgono, scelgono loro per te
poi si trasformano, rapide più dei perchè

Quando, mentre andavamo al Rocket, mi è venuto in mente della prima volta che ci sono andata, quando * mi fece la sorpresa, e non ho provato nostalgia: non ho pensato niente all’infuori di “povero codardo”.

odio sorprendermi e stare a un passo dal bisogno
di voler fare ancora un passo in più

Quando, dopo aver sbrigato faccende varie all’università, me ne sono andata al foro a leggere in attesa che fosse ora di pranzare con Vivi, e davanti a me c’era solo il blu. Sopra. E sotto. E dentro.

Domande per rispondere a domande senza risposta

Mi è venuto in mente quel pezzo di The Hours, alla fine, quando Laura Brown spiega perchè ha lasciato la famiglia ed è scappata: “lì c’era la morte. io ho scelto la vita”.

aggiungerò quanto basta di quello che resta di me
mescolerò lacrime ghiacciate e spremute di dolore

Ora, io non penso necessariamente che lì, a casa, ci sia la morte: sarebbe eccessivo e peccherei di irriconoscenza verso coloro che più mi amano al mondo.
Ma i gioielli più preziosi, sia materialmente che affettivamente, non si tengono sempre addosso. Li si portano nelle occasioni più importanti, e poi li si ripone con cura in una custodia delicata e prestigiosa.
Questo è ciò che io devo fare con la mia famiglia. Amarla con tutto il cuore. Ma da lontano.
Sciogliere i nodi.
O quantomento allentarli.
Riuscire, finalmente, a vedermi “altra da loro”.
Altra da lei.
Con tutto l’amore del mondo.
Soprattutto con tanto amore per me stessa.
Questa ragazza è morta un po’. Per troppo tempo.
Adesso deve ricominciare a vivere.
Deve amarsi. Deve imparare a volersi bene, una strafottutissima volta per tutte.
Deve imparare cosa significa avere stima di sè. E forse questo lo sta già facendo.
Il sole è tramontato.
Tornerà domani. Sempre uguale e ogni giorno un po’ diverso.

E non so dove, ma arriverò puntuale.

(Aeroporto di Palermo – Punta Raisi. 18 maggio 2009)

solo perchè sto perdendo non significa che sono perduta

21 aprile 2009 - 3 Risposte

E’ stato bello. E’ stato emozionante. E’ stato, soprattutto, perfetto.

Che sia chiaro: a me era passata qualsiasi voglia possibile di laurearmi. Non nel senso dell’atto in sè, ma del trascorrere la giornata della mia laurea. Le famiglie incasinate hanno questo enorme difetto: quando devono riunirsi per qualche evento formale, salta fuori tutta la merda. E’ saltata fuori, immancabilmente. E io ho passato i giorni da mercoledì a domenica con una voglia sempre minore di arrivare al momento topico. Invece poi le cose si sono sistemate, in modo più o meno positivo, nello svolgersi della giornata.

La sera prima avevo i dolori del ciclo, un accenno di raffreddore e mal di testa. E uno scazzo terribile.

La mattina non sapevo bene cosa pensare, appena sveglia. Dopo quattro ore di sonno, oltretutto.

Poi mi sono vestita truccata messa a posto e sono uscita sottobraccio alla mia donna. Ho raggiunto l’aula, dove c’era già la mia streghetta carica di sacchi con dentro varie cose. E tre girasoli.
Poi sono arrivati mamma papà fratello nonno zia ed Ele. La zia mi ha portata via e quando sono tornata l’università era tappezzata di foto mie veramente allucinanti in stato di etilismo totale o cose del genere, con a fianco commenti vari.. la Streghetta aveva iniziato a colpire. Spettacolare. Risate.
Poi siamo entrati. Ci siamo seduti. E dopo poco mi hanno chiamata. Il Giampi se ne stava lì di fronte a me. Mi ha chiamata SIGNORA [ma vedi de non portamme sfiga , a giampà]. Io sono partita con la mia presentazione powerpoint dodiciminuti, intanto sia lucia che la eli filmavano. Ho finito. Il Giampi, da buon relatore, ha fatto la presentazione della mia tesi. Innanzitutto questa tesi è davvero ammirevole per l’eccelsa qualità di scrittura. CAZZO. Puoi anche fermarti qui. Sto bene così. Questa frase non me la dimenticherò mai. Eccelsa qualità di scrittura. Porca puttana. Poi altre osservazioni e complimenti vari. Poi la lettera del correlatore. Anche lui diceva che era scritta strabene e poi ha fatto delle osservazioni davvero intelligenti. Poi si sono ritirati, sono tornati, mi sono alzata in piedi.

E il Giampi l’ha detto. Sì perchè oltre che mio relatore era anche il presidente della Commissione. Signora [eccheccazzo ancora!?!?] FR, la commissione ha accettato la sua domanda di laurea e ha valutato la sua tesi con il massimo dei punti. La dichiaro pertanto dottoressa in comunicazione interculturale e multimediale con una valutazione di 110 su 110.

110.

Gli stringo la mano. E da quel momento non capisco più niente.

E’ finita. E’ finita. Sono talmente stordita che quasi mi dimentico di stringere la mano a tutti gli altri membri della commissione. Applaudono ma io neanche lo sento, me l’hanno detto dopo che c’è stato un applauso prolungato. E’ finita fiorè.

Ho pensato di scrivere un libro, ultimamente.
Vorrei iniziarlo con l’immagine di me sul minuetto che mi riporta a Biella dopo essere stata a Torino, alla stazione, il 2 dicembre. Qualcosa del tipo:
“Pensa almeno che se fosse stato uno di quei regionali degli anni Settanta sarebbe stato molto peggio. I cessi lì sono minuscoli e orribili. Quelli del minuetto almeno hanno una parvenza di pulizia. Che poi c’era quel servizio delle Iene che faceva vedere che spesso sono più puliti i cessi dei sedili, sui treni italiani… Ma a che cazzo sto pensando?”. F solleva la testa, stacca la mano dal muro sovrastante il water, il suo punto d’appoggio per quel minuto e mezzo di conati e lacrime. Si gira verso il lavandino e si sciacqua la bocca. Non ha neanche un chewing-gum per levarsi quel gusto di vomito che conosce così bene.
Poi alza la testa e si guarda allo specchio. E’ di carnagione chiarissima e il suo viso è sempre pallido, ma il tono biancastro che vede riflesso è quello tipico di quando ha appena vomitato. Gli occhi sono ancora lucidi di lacrime e semichiusi. Le piacerebbe scattare una fotografia, per avere sempre quell’immagine a ricordarle, in futuro, cosa non vuole provare mai più. Appoggia entrambe le mani sul lavabo, si fissa con lo sguardo stravolto e si dice:
“Senti, tu mi hai rotto veramente le scatole. Non voglio sentire ragioni. TU AD APRILE TI LAUREI. Hai capito? Non accampare scuse sul periodo orribile che stai passando. Ad aprile tu sarai dottoressa. Intesi? Devi e puoi. E se non lo vuoi, impara a volerlo con ogni fibra del tuo corpo.”

Perchè è così che è andata, quel giorno. E sarebbe bello scriverlo. Farlo sapere a tutto il mondo, che sono riuscita a mantenere fede alla parola che ho dato a me stessa. Mi sono laureata. Non dirò che non mi sono lasciata corrodere da tutta la merda che mi è volata addosso. Perchè sono corrosa, in qualche modo. Mangiucchiata. Lo sono stata. Ma sono stata più forte. In un certo senso.

Per questo io non capivo più niente, in quel momento e fino a che non ci siamo seduti al locale per l’aperitivo. Perchè è finita e io ce l’ho fatta. Ho dimostrato qualcosa a me stessa e lo faccio raramente.

Ulteriori dettagli in seguito. Adesso ho una Eos 450D che aspetta di essere consumata a forza di scatti.

just because I’m losing, doesn’t mean I’m lost.
(Lost . coldplay)

non vedo l’ora che sia il 21.

15 aprile 2009 - 2 Risposte

altrimenti detto:

avere una famiglia di merda.

altrimenti detto:

avere una famiglia non-famiglia.

altrimenti detto:

avere una famiglia i cui membri fanno del “lascia correre e facciamo come se non fosse successo niente” il loro unico stile di vita. e se uno di questi membri, poniamo l’ultimo in ordine di età, poniamo la sottoscritta, decide che si è rotto i coglioni di questo stile di vita che le fa sgretolare l’autostima, la capacità di viversi le emozioni e tanto altro da più o meno otto anni, e decide di iniziare un percorso di chiarificazione e soprattutto di trasparenza, sarà quel membro a prendersela nel culo.
nel giorno della sua laurea, oltretutto.

altrimenti detto:

il lato positivo a sto giro non lo trovo. no.

ribadisco. io voglio svegliarmi il 20, andare nell’aula, non guardare neanche chi c’è dentro, fare la mia presentazione, ascoltare il verdetto, uscire, andare a letto e svegliarmi il giorno dopo. il resto lo faranno gli altri. io volevo solo laurearmi con le persone che contano davvero vicine. non con a fianco persone che mi hanno disintegrata.
va bene cara: se non punti i piedi stavolta, non li punti più. fai sta telefonata.